I piccoli passi del processo terapeutico: come emergono e come aiutarli ad emergere
Di Eugene Gendlin
(traduzione a cura di Francesca Degani e Roberto Tecchio, dall’originale pubblicato su BFA Newletter n. 24)
Il primato della Presenza umana
Voglio iniziare con la cosa più importante che ho da dire: l’essenza del lavoro con un’altra persona è essere presente in quanto essere vivente. E questa è una fortuna, poiché se dovessimo essere intelligenti, o buoni, o maturi, o saggi, probabilmente saremmo in difficoltà. Ma non è questo che conta. Ciò che conta è essere un essere umano con un altro essere umano, il riconoscere l’altra persona come un altro essere presente al suo interno. Anche se si trattasse di un gatto o di un uccello, se stiamo cercando di aiutare un uccello ferito, la prima cosa da sapere è che al suo interno c’è qualcuno, e occorre attendere che quella “persona”, quell’essere là dentro, sia in contatto con noi. Penso che questa sia la cosa più importante.
Quindi, quando mi siedo davanti a qualcuno, prendo le mie preoccupazioni e le mie emozioni e le metto qui, da una parte, vicino a me, poiché potrei averne bisogno. Potrei andare lì dentro e vedere qualcosa. E prendo tutto ciò che ho imparato, terapia centrata sul cliente, rispecchiamenti, Focusing, Gestalt, concetti psicoanalitici e tutto il resto (vorrei averne anche di più) e lo metto qui vicino, dall’altro lato. E sono qui, semplicemente, con il mio sguardo, e lì davanti c’è questo altro essere. Se accade che mi guardi negli occhi, vedrà che sono solo un essere traballante. Devo sopportare che ciò accada. Potrebbe non guardare. Ma se guarda, lo vedrà. Vedrà l’esistenza un po’ timida, un po’ ritirata, insicura, che sono io; ho imparato che è ok. Non c’è bisogno che io sia emotivamente sicuro e saldamente presente. Devo solo essere presente. Non ci sono qualifiche per il tipo di persona che devo essere. Ciò che occorre per il grande processo terapeutico, il grande processo di sviluppo, è una persona che sia presente. Così, poco a poco mi sono convinto che persino io posso farlo. Anche se ho i miei dubbi quando sono da solo, in qualche senso oggettivo so di essere una persona.
Ed è vero che riesco a raggiungere molte cose differenti. Ma quando le cose sono confuse e non sono sicuro di essere connesso all’altra persona, non provo a raggiungere queste cose, ma rispecchio i significati della persona e le sto molto vicino, in modo che la connessione possa ristabilirsi. Quando il cliente gira in tondo e non arriva a toccare il suo interno, posso offrire un assaggio di come fare Focusing. E se vedo che c’è troppo Focusing e una sorta di ‘interiorità’ senza che ne derivi sufficiente energia, posso fare qualcosa come la ‘Gestalt’, o semplicemente posso esprimermi, o fare una serie di cose. Posso esprimere la mia sensazione, ma so sempre che è solo la mia sensazione. Non so ancora che cosa stia arrivando da quella persona. Nell’attimo in cui qualcosa va storto, ritorno immediatamente a cercare di percepire la persona e ciò che sta accadendo, perché è un altro essere, un essere differente.
Se ripenso alla lotta di Carl (Rogers) con i rispecchiamenti non direttivi, sempre nel tentativo di staccarsi da quello che aveva scritto e di ristabilire la realtà del contatto, sento che seguo le sue orme. Ha abbandonato l’approccio non direttivo e l’ha reso centrato sul cliente, ha abbandonato quello centrato sul cliente e l’ha reso centrato sulla persona. Prima usava il metodo del rispecchiamento, poi ha detto: “No, non è questo, sono le attitudini…” Ma potremmo prendere le sue tre attitudini e fare un discorso molto tecnico. E lui direbbe: “No, no, è centrato sulla persona.”
Il mio modo di dirlo, quindi, è: non lasciare che il Focusing, o i rispecchiamenti o qualunque altra cosa si mettano in mezzo. Non utilizzarli come qualcosa che si mette in mezzo. Non dire: “Posso stare qui perché ho il mio metodo di rispecchiamento, ho la mia racchetta da ping-pong, e quindi non mi puoi incastrare. Dici qualcosa? Io te la rimando.” In un certo senso, abbiamo delle armi. Abbiamo dei metodi; conosciamo il Focusing; abbiamo delle credenziali; abbiamo dei dottori. Abbiamo tutto questo e quindi è facile per noi sederci lì con tutta questa roba in mezzo. Toglietela di torno. Potete avere coraggio almeno quanto il vostro cliente. Altrimenti avrei vergogna di me, con tutta la roba che ho, se ancora non fossi in grado di guardare davvero, mentre la persona riesce a farlo. Quindi voglio esserci allo stesso modo. Penso che questo sia il nostro primo lavoro. E riguardo a ciò che dobbiamo fare ora come persone centrate sul cliente, penso che la prima cosa che dobbiamo fare sia comunicare questa attitudine. È molto necessario in un campo che diventa sempre più ‘professionale’, vale a dire inutile e costoso.
Il rispecchiamento centrato sul cliente come base per utilizzare qualunque altro metodo
La seconda cosa di cui c’è bisogno è comunicare la ‘risposta empatica’, comunicare il rispecchiamento centrato sul cliente a coloro che utilizzano altri metodi, e dobbiamo aggiungere molti altri metodi al nostro. Ho sempre detto che il rispecchiamento centrato sul cliente è una linea di base necessaria per utilizzare altre cose. Se non c’è, non si può rimanere in contatto con la persona. Se non si chiede costantemente “Oh, non ti è piaciuto?” o “Ora è accaduto qualcosa di divertente”; se non ci si ferma continuamente a verificare, l’utilizzo di qualunque altro metodo non funzionerà. Certamente anche il Focusing. Intendo dire che nel momento in cui la persona si rabbuia e ha l’aria di dire: “Che cosa mi stai facendo?” dobbiamo interrompere qualunque cosa stiamo facendo e dire: “Non ti è piaciuto?” “Qualcosa è andato storto?” “Che cosa è successo?” E poi dobbiamo ascoltare. Inoltre, non appena qualcosa funziona, o nel momento in cui si verifica un passo nel cliente, dobbiamo arrestarci e ascoltare rispondendo semplicemente a quello. Il metodo di rispecchiamento centrato sul cliente è la cosa centrale con cui utilizzare tutto il resto. Ma ciò che voglio dirvi è che dobbiamo aggiungere l’ascolto centrato sul cliente agli altri metodi. È incredibile che dopo tutti questi anni non siamo riusciti affatto a comunicare l’ascolto centrato sul cliente nel modo in cui gli altri terapeuti potrebbero usarlo. Come possono continuare così a lungo senza utilizzarlo? Come possono essere così stupidi? Ma poi mi rendo conto che è in gran parte colpa nostra. Abbiamo detto loro che se si pratica l’ascolto centrato sul cliente non si fa nient’altro, e in questo modo, naturalmente, non possono utilizzarlo, poiché stanno già facendo qualcos’altro e sanno che è utile. Non vogliono rinunciare a farlo. Non possono ‘non conoscere’ ciò che conoscono. È importante comunicare il metodo del rispecchiamento centrato sul cliente come qualcosa che si può aggiungere a qualunque cosa si stia facendo. Possiamo dire loro che qualcuno di noi non fa nient’altro, e quanto è potente. Alcuni di noi preferiscono non fare altro, mentre altri uniscono varie cose, aggiungendo l’ascolto a qualunque cosa facciano. Questo è il modo di comunicare il metodo del rispecchiamento. E se gli altri lo provano anche solo qualche volta, scopriranno ciò che noi sappiamo.
Natura umana: forma imposta vs. un ordine di passi
Il terzo lavoro che dobbiamo fare consiste nel comunicare quanto sono diverse le nostre premesse filosofiche rispetto a tutto il resto nel settore. Di recente ho ripetutamente approfondito questo aspetto. Alcune delle teorie che pensavo di rispettare si basano su assunzioni di cui non mi ero mai reso conto. Ora vedo che questa è stata la difficoltà a comunicare con molte persone, non solo mia, ma di tutti noi.
1) Il modello psicoanalitico
I concetti psicoanalitici si basano sull’assunzione che il corpo non abbia alcun ordine comportamentale, ma che sia una macchina biologica fissa, senza organizzazione comportamentale. Per dirlo con le parole di Freud: l’’id’ è un insieme di pulsioni non organizzate. Affinché questo ‘calderone’ (come lo definisce) possa soddisfare le sue pulsioni (è il termine che usa per compiere un’azione), il corpo ha bisogno di norme sociali. Ogni azione umana, assume, è regolamentata da norme imposte al corpo dall’esterno. Da anni abbiamo discusso sull’imporre cose al cliente, ma guardiamo più in profondità. In questa teoria, non vi è altro che un’organizzazione imposta. È l’unico tipo di ordine. Si assume che il corpo non abbia ordine comportamentale, né interazioni.
Come la maggior parte di voi sa, mi occupo anche di filosofia.[1] Nell’ultimo decennio circa, i miei colleghi filosofi hanno scoperto la psicoterapia; ma naturalmente hanno scoperto la psicoterapia psicoanalitica. Amano Freud poiché si basa sugli assunti che già conoscono. Ogni ordine, secondo il loro pensiero, è un ordine imposto. Ogni ordine consiste in schemi che vengono applicati al corpo.
L’unico tipo di ordine che concepiscono è una sorta di forme. Prima erano forme relazionali, ora sono divenute forme sociali. In questo modo, il relativismo culturale diventa pervasivo. Talvolta non viene neppure menzionato, poiché sembra così ovvio. Ovviamente, nelle diverse culture le persone sono differenti. Non vi è un’organizzazione corporea del comportamento. Vi è solo ciò che le diverse culture impongono. Vi sono soltanto diverse forme di ‘umani’. Non esiste una ‘natura umana’. Se pensiamo così, non solo siamo stupidi, ma anche inconsapevoli della nostra programmazione culturale. Siamo inconsapevoli di quanto siamo controllati. Abbiamo interiorizzato gli schemi sociali così profondamente, che li scopriamo dentro di noi, e crediamo di essere liberi. Questo è un problema serio. Se affermiamo che le persone e i corpi hanno un’auto-organizzazione interna, avranno compassione di noi. Come possiamo mostrare, o anche sapere, quando siamo programmati dall’esterno e quando non lo siamo?
Da Descartes a Heidegger (che mi piace molto), esistono soltanto umani culturali; non esistono umani. Heidegger parla con uno studioso giapponese, che gli dice: non possiamo parlare insieme. Dobbiamo essere estremamente cauti, perché niente di quello che diciamo è uguale. Tutto è totalmente diverso. Sarebbe giusto dire che le culture sono diverse, ma lui ritiene che tutto sia totalmente diverso perché pensa che sotto di esse non vi sia nulla: nessun corpo e nessuna persona.
Ora, l’unico ordine sono le forme imposte. Ma adesso i miei colleghi filosofi mettono in discussione le forme, che per loro significa mettere in discussione tutto. Ora, non hanno niente. Dicono tutti che non esiste un soggetto umano. Ciò che dicono realmente è che non sanno come pensare riguardo ai soggetti umani. Ma vi sono persone che sanno come farlo, e siete voi. Vorrei che vi assumeste questo compito. La comunità filosofica non ha ancora scoperto una psicoterapia diversa dalla psicoanalisi. Non hanno ancora sentito niente da parte vostra. Ma penso che dovrebbero farlo. Penso che dovreste sapere che in questo momento sono in una posizione molto ‘aperta’ ad ascoltarvi poiché hanno esaurito ciò che hanno, e non riescono a ragionare su sé stessi e tra loro. È una congiuntura interessante, e vi esorto a trovare dei filosofi e a parlare con loro. Con Carl Rogers siamo dei pionieri da trent’anni. Ora le persone sono arrivate quasi al punto in cui potrebbero essere in grado di ascoltarci.
2) Il mio modello filosofico – Un ordine di passi
Ora voglio parlarvi del mio modello filosofico. Voglio parlare di un tipo di ordine che non è ‘forme’. Esiste un altro tipo di ordine; le persone e i corpi ce l’hanno. Non si tratta di forme stampate addosso, schemi, sagome, leggi distinte e fisse. Si tratta invece di un ‘ordine di passi’. Ora spiegherò quale tipo di passi intendo.
C’è un ritmo nella terapia centrata sul cliente: prima di tutto, il cliente dice qualcosa. Tu lo ripeti in modo sbagliato. Il cliente corregge. Tu accetti la correzione e il cliente dice: “Sì, è questo… ma non completamente…” Il cliente dà la precisazione successiva. Tu ricevi anche questa. E infine il cliente dice “Sì”, con un sospiro di sollievo.
Qui c’è un silenzio caratteristico. E in questo silenzio emerge la cosa successiva. Normalmente la cosa successiva è più profonda, forse non sempre. La rispecchi, di nuovo il cliente la corregge, tu includi la correzione, il cliente aggiunge una specifica, e tu includi anche questa. Poi vi è un respiro, un sospiro… e il silenzio.
Il silenzio è molto caratteristico. Quando insegno l’ascolto facendo un giro, in aula, sottolineo questo fatto. Ciascuno parla fino al momento in cui… arriva quel silenzio. Dopo pochi attimi di silenzio, lo studente dice “Ho finito, passa alla persona successiva”. Io dico alla classe: “Notate il silenzio che arriva qui. Fa parte dello scopo dell’ascolto. Ciò che avevi da dire è stato ascoltato e ha ricevuto una risposta. Ora non hai niente da dire, ma percepisci comunque il problema. Non è tutto risolto, naturalmente. Hai una sensazione non chiara del problema, proprio qui, un margine non chiaro. Lo percepisci fisicamente, senza altre parole.
Qui, in aula, non vuoi fare attendere gli altri, e dici “Passiamo alla persona successiva”. Ma quando sei solo con il tuo partner terapeuta, spero che tu rimanga in silenzio, con quella sensazione non chiara, proprio lì, fino a quando non arriva da essa la prossima cosa.
Il Focusing
Il termine ‘Focusing’ significa dedicare del tempo a prestare attenzione al margine percepito internamente. Quando ciò avviene in silenzio, la cosa successiva e quella dopo arrivano gradualmente da una profondità sempre maggiore. Alcuni clienti parlano tutto il tempo e saltano quel silenzio. Alcuni utilizzano il silenzio soltanto per pensare a qualcosa da dire. Alcuni sentono sempre le stesse emozioni, in modo ripetitivo. Il solo fatto di parlare ed esprimersi aiuta e nella conversazione possono emergere passi di cambiamento, e in altri modi, inavvertitamente, ma spesso non emergono. Quando il cliente passa oltre tutti i punti significativi, possiamo rallentare il ritmo, rispecchiando più lentamente, forse più volte lo stesso punto. A volte possiamo chiedere ai clienti che cosa sentono, direttamente, qui, nel centro del corpo. Inoltre, non è intrusivo affermare che possiamo stare con questo margine non chiaro, lì, dove tutta la cosa si sente non ok. Spesso dico: “Va bene stare qui per un po’, semplicemente per sentire”. Questi sono pezzi di istruzioni di Focusing date durante i colloqui terapeutici.
In Belgio ho appreso che alcuni terapeuti si organizzano per insegnare il Focusing ai clienti reciproci al di fuori della terapia.[2] Anche a Chicago abbiamo insegnato il Focusing ai clienti in occasione di workshop tenuti nei fine settimana. L’abbiamo trovato estremamente utile per la terapia in corso. Ci sono molti modi di insegnare il Focusing. Io utilizzo ogni metodo centrato sul cliente che ho appreso. Durante le sessioni offro pezzi di istruzioni di Focusing. Ma posso comprendere che potreste opporvi a farlo. Dall’altro lato, so che non siete contrari al fatto che le persone prestino attenzione al margine sentito, quando emergono questi passi. In questo senso, nessuno è contrario al Focusing. Il punto è se insegnarlo e in che modo. Dobbiamo anche insegnare ai nostri terapeuti a riconoscere e a rispondere al Focusing, poiché spesso avviene in modo naturale. Alcuni terapeuti non comprendono quando un cliente si riferisce a un margine sentito. Invece di direzionare l’attenzione su questo punto, questi terapeuti non colgono l’intricatezza sentita che non può ancora essere espressa a parole. Riportano tutto soltanto a nozioni circolari, chiuse e comuni e a emozioni già nominate. Questo è di intralcio.[3]
Portare avanti
Ora vorrei ritornare alla questione filosofica sulla quale vi esorto a comunicare con i filosofi.[4] Loro ritengono che quando un cliente dice qualcosa di patologico, apparentemente irrazionale, o mostra qualche deficit, bisogna imporre uno schema migliore. I filosofi ritengono che questi passi possano essere soltanto imposti per esperienza da parte del terapeuta. Avete tutti ascoltato questi passi. Ciò che emerge è una novità e un’intricatezza caratteristica. È evidente che non potrebbe essere stata inventata né da voi, né dal cliente. I filosofi ritengono che a parte la razionalità imposta dalla società, nelle persone non vi sia altro che irrazionalità. Spesso avete osservato un’altra cosa: questi passi non seguono per logica, però hanno senso, e possiamo seguirli. Hanno un certo tipo di ordine, diverso dalla logica e dall’irrazionalità, sono qualcosa di più profondo, più preciso, più specifico, più intricato; forse non tutte le volte, ma spesso.
Abbiamo tutti familiarità con questo ‘ordine di passi’. Lo chiamo ‘portare avanti’. Cambia mentre procede. ‘Un ordine di passi’, o in altre parole ‘Un ordine del portare avanti’. Se dal quarto o dal quinto o dal diciassettesimo passo riguardiamo indietro al punto in cui è iniziata quella cosa apparentemente stupida, sbagliata o patologica o quel deficit, non ricordiamo tutti i giri che ha fatto. Ma se li registriamo, possiamo vedere i passi di cui sto parlando. Questi passi hanno una continuità, ma non è una continuità logica. Non è una continuità di forma. Se fosse una continuità di forma, sarebbe una continuità logica. Rimarrebbe stupida o patologica o un deficit. Se quella cosa mantenesse la sua forma, non andremmo da nessuna parte. Il nostro metodo terapeutico non funzionerebbe, e penso che tutta la terapia non funzionerebbe.
Questo contenuto, che ha una forma esatta che rispecchiamo e filtriamo fino a quando non lo cogliamo con precisione, questa forma esatta in qualche modo non è soltanto quella forma esatta, poiché dà origine a questi passi. Questo è l’ordine di cui voglio parlare, un ordine con forme molto precise, ma che non è solo queste forme precise. Può dare luogo a una progressione che, se guardiamo indietro, mostra che era più delle sole forme, benché sembrasse che assumesse tali forme. Per ottenere i passi dobbiamo rispecchiare con precisione; non dico che le forme non esistano, e neppure che non siano importanti. Dico che qualcosa che è molto preciso e formato non soltanto è formato, ma dà origine a dei passi. Questo è il tipo di ordine e il modello di cui voglio parlare.
Ne avete parlato con altre persone. Queste sostengono che i passi derivano dal fatto che il terapeuta interferiva in qualche modo. Dicevano che in alcuni momenti Carl Rogers sorrideva, e questo spingeva il cliente a prendere una strada piuttosto che un’altra. Ricordate la letteratura? Diceva che dava dei rinforzi inconsapevoli. Dicono anche che rispecchiare in modo esatto sia impossibile. Nessuno può essere neutrale, come se le parole che diciamo portassero qualcosa di nuovo al cliente. Ma i passi non vengono da noi. Ci sorprendono tutto il tempo. Non possiamo derivare il passo successivo.
Queste persone conoscono soltanto un ordine di forme. Quindi affermano: “Se accade qualcosa di nuovo, si deve essere intrufolato in qualche modo, poiché può provenire soltanto dall’esterno, dato che all’interno non vi è nulla che possa fare qualcosa. E ovviamente l’unica cosa che potresti imporre è una sorta di socializzazione, qualcosa che prendi dall’esterno.” Questo è l’unico modo in cui possono vedere le cose. E se si pensasse soltanto in termini di forma, avrebbero ragione. Nelle forme non vi è natura umana, soltanto la natura olandese della fine del ventesimo secolo, o qualunque cosa si capiti di essere. Nessuno può presentare una serie di forme che corrispondono agli esseri umani. Ma se guardiamo il processo a passi, il portare avanti, se parliamo di un ordine in cui continua ad accadere qualcosa di più, allora penso che siamo tutti uguali. E questo tipo di ordine non è così stupido. Non ci hanno pensato. Ma lo vediamo tutto il tempo nella terapia centrata sul cliente.
I passi sono un processo interattivo
Questi passi avvengono nell’interazione. Ma l’interazione, per loro, è “imporre una sorta di schema”. Per noi, l’interazione è “portare avanti”, cogliendo il punto in cui si trova la persona, mettendoci in contatto con il luogo in cui è davvero. Ed è proprio il contatto a cambiare la forma. Ora, con il Focusing puoi dimostrare il punto (ora sono gentile). Quando rispecchi verbalmente in modo centrato sul cliente, possono continuare per sempre dicendo: “Stai portando qualcosa di nuovo”. Ma nel Focusing osserviamo che quando qualcuno è seduto davanti a te nel silenzio totale, puoi focalizzare molto più profondamente e facilmente di quanto tu non riesca a fare da solo. Ho svolto migliaia di prove su questo aspetto particolare con un soggetto, me: focalizzo da solo. Poi chiedo alla prossima persona gentile di tenermi compagnia mentre focalizzo sullo stesso tema. Vado sempre oltre. Quasi sempre (se non ho problemi con quella persona). L’interazione è una variabile diversa dal contenuto. L’interazione continua in silenzio, proprio il silenzio di cui stavo parlando. I passi emergono in un processo interattivo.
Ora sto per dire: i passi sono un processo interattivo.
Quando lavoravo con Carl Rogers, o lui adottava i miei punti teorici, o io adottavo i suoi, e naturalmente io ho adottato più i suoi di quanto lui abbia adottato i miei, ma l’unica cosa che non ricordo di essere riuscito a vendergli è stata la mia tesi che le tre condizioni sono sufficienti senza la necessità che il cliente le percepisca. Lui diceva: congruenza, empatia e un riconoscimento positivo, e che il cliente li percepisca. Io non penso che sia necessario; so che la percezione non è necessaria, poiché molti clienti rimangono convinti per uno o due anni che nessuno li possa apprezzare o comprendere, e il processo funziona comunque, e alla fine cambia la loro percezione. Come sarebbero riusciti a percepire che il terapeuta effettivamente li comprendeva? Questo è un cambiamento. Lo so, perché ero quel tipo di cliente. Sapevo sempre che questo simpatico signore non poteva comprendere i miei problemi. Mi ci è voluto molto tempo per notare che quando entravo nella stanza ero già diverso. L’interazione ha effetto su di noi molto prima che ce ne possiamo accorgere. È nell’interazione, o come interazione, che si verificano questi passi.
Esiste anche un caso speciale di interazione, quando rispondiamo a noi stessi. Anche questa è un’interazione. Non si tratta solo di scoprire qualcosa: non siamo una specie di luce che non cambia nulla. Quando diamo la nostra consapevolezza a qualcosa, questa viene portata avanti. Per questo l’ascolto interiore è così potente. Sembra di non fare niente. Come sembra niente anche la presenza di un altro essere umano. Essere consapevole all’interno è un processo che porta avanti. Ma l’interazione con un’altra persona rimane più potente, come ho sempre detto.
L’ordine del portare avanti non è sempre compreso. Ad esempio, ora vi è una nuova teoria sulla ‘narrazione’: si dice che le persone portino un significato nella loro vita costruendola come una determinata storia. Penso che scrivere questo sia totalmente stupido, come se si potesse infilare nella propria vita qualunque storia o serie di eventi. Penso che sia vero ciò che cercano di dire, che guardiamo indietro e cerchiamo di costruire la vita che abbiamo avuto. Ma il significato che cerchiamo di darle deve portare avanti. Deve connettersi con le nostre esperienze corporee, per poter dire: “Oh, sì (sospiro, sollievo fisico), può significare questo…” Non hanno il concetto del portare avanti, quindi scrivono come se le persone fossero i propri romanzieri, come se con l’inventiva si potesse fare qualunque cosa a partire da qualunque situazione. Non è così.
Questo vale anche per la ‘ristrutturazione cognitiva’. Bisogna chiedere: “Quando funziona e quando non funziona?” Cerchiamo di pensare in modo differente. Lo facciamo tutto il tempo. Quando ci sentiamo male riguardo a qualcosa, ci diciamo: “Guardalo in un altro modo, così non è così male”. Ma non bisogna dimenticare di andare al centro del corpo, per verificare se ha fatto qualche differenza. Se non l’ha fatta, non abbiamo “ristrutturato” niente. Dobbiamo continuare a tentare in altri modi.
Ora, che cosa può essere effettivamente portato avanti? Ho iniziato con il menzionare l’assunzione comune che il corpo è un pezzo fisso di una macchina biologica. Pensano che il corpo sia come la nostra auto: fisso e obbediente a determinate leggi.
Ma pensano anche che la mente sia creativa. Non spiegano come. Ora capovolgo questa cosa. Il modo in cui pensiamo e formuliamo un evento è fisso. Ma la sensazione corporea di questa forma è in grado di essere portata avanti. Voglio cambiare l’intero concetto del corpo. Il corpo non è una macchina.
Il corpo è esattamente quello che è in grado di compiere questi passi. Il contenuto, la semplice forma, non va da nessuna parte. Ha determinate implicazioni logiche, ma non cambia. È la ‘sensazione corporea’ della forma che è in grado di essere portata avanti. Il nostro corpo è fatto in modo da assorbire tutti gli insegnamenti, la lingua, le forme sociali, la cultura, tutto ciò che leggiamo, e implica ancora altro… In particolare quando abbiamo un problema. Pensiamo a tutti i fatti con una forma, e tuttavia il corpo dice:
“Aarrgghh”. Cerca una soluzione, o un prossimo passo che tenga conto dell’intricatezza di tutti i nostri pensieri e vada avanti. È la sensazione corporea che può andare avanti.
Partendo da ciò che dice la persona, si può procedere in due modi diversi: lo si può prendere in modo logico, la persona ha detto questo. Ne consegue questo, questo e questo. Si può dire: “Ciò che dici implica questo, questo e questo”. L’altro modo di procedere, quello scelto dal terapeuta centrato al cliente, è rispondere a ciò che dà origine a dei passi. Lo chiamiamo ‘sensazione’, ma non è un termine corretto. Ciò che dico, è che i passi derivano dalla ‘sensazione corporea’. Qualunque evento, qualunque cosa venga detta, può essere portata in queste due direzioni: solo come formata, o come la sensazione corporea di ciò che è formato. Voglio affermare che la sensazione corporea ha tutte queste forme, ed è comunque sempre ancora presente, implicando di più, implicando dei passi avanti.
Talvolta vogliamo rispondere alla forma logica, l’evento accaduto come forma. Ma come terapeuti, naturalmente vogliamo rispondere a ciò che produce i passi.
Ora voglio fare un poco di chiarezza. Ogni frase che esprimiamo prepara chi ascolta a “qualcosa”. Inizia, si svolge e… Ora non sapete come sto per terminare, ma percepite ciò che sta arrivando. Lo stesso vale per il mio discorso fino ad ora. Lo avete assimilato con tutto ciò che sapete, che avete sperimentato e letto. Ora… siete qui pronti per… e spero di averlo chiarito.
Viviamo ogni situazione con il corpo
La sensazione corporea ha in sé tutte le forme, tutta la nostra cultura e la nostra vita. E tuttavia implica ancora qualcosa. Non è solo un prodotto degli eventi e della cultura. Lo si può vedere nei silenzi, quando la terapia funziona. Lo si può vedere ancora più chiaramente quando i clienti dicono: “Sento qualcosa, ma non ci sono parole per descriverlo”. Stanno dicendo che non vi sono forme sociali per descriverlo. Le parole sono forme sociali. Dobbiamo attendere un po’ di tempo, fino a quando la lingua non si riorganizza per dirlo in modo strano, perché non esistono frasi comuni per dirlo. Possiamo aiutare a farlo accadere, se non è accaduto. Un modo per farlo è semplicemente rallentare; sedersi e sentire la sensazione del cliente mentre lui non lo sta facendo. Possiamo dire: “Ora aspetta un momento, voglio sentire ciò che mi hai detto”. Questo crea l’opportunità per il cliente di arrivare in quel punto. La chiamo la ‘sensazione corporea’ perché per trovarla devo prestare attenzione letteralmente al corpo, qui, fra il palco e la parete. Devo entrare qui, nel centro di questo corpo. Devo lasciare andare la mia attenzione qui. Non riesco a farlo molto bene mentre parlo, ma posso farlo a brevi tratti. Questo è il corpo di cui sto parlando. Ora che entriamo qui, è più di quello che chiamiamo abitualmente ‘il corpo’. Vorrei modificare il concetto in modo da includerlo.
Ogni volta che parliamo, a meno che non leggiamo o non abbiamo imparato le cose a memoria, come troviamo le parole? È il corpo che parla. Mi sono preparato, ma anche così, apro la bocca e spero che arrivino le parole giuste. È tutto ciò che posso fare. Se non arrivano, continuo a parlare, sperando che a un certo punto arrivino. È il mio corpo che parla. Desidero ampliare molto il concetto di ‘corpo’ rispetto alla fisiologia. Sono grato alla fisiologia, quando mi ammalo. Sono felice che sappiano ciò che sanno. Ma il concetto di corpo è più ampio, molto più ampio. Viviamo ogni situazione con il corpo. Se cerchiamo di alzarci seguendo delle istruzioni esplicite, probabilmente inciampiamo. Il corpo deve percepire molte cose contemporaneamente: il pavimento, la seggiola, le persone, la situazione, ciò che ci è accaduto anni fa e ciò che stiamo cercando di fare. Viviamo con ciò che definisco ‘il nostro corpo’. Il corpo compie il passo successivo, cerca una soluzione, una guarigione, qualcosa di meglio, ora, rispetto a ciò che aveva. Spesso non vi sono parole per questo, perché non è ancora avvenuto. Il mio corpo è in grado di produrre passi che non sono mai avvenuti nella storia del mondo. Non è meraviglioso? Altrimenti si può affermare che sono in una confusione maggiore di quella che chiunque possa aiutare a risolvere.
COMMENTI SU DUE SEGMENTI DI TERAPIA
Per finire, vorrei leggervi un paio di segmenti di terapia. Vi chiedo di guardare i passi. Sono passi di Focusing. Questo significa che spesso fra un passo e quello successivo si percepisce un silenzio. Il secondo estratto che leggerò è di una persona che ha praticato il Focusing a lungo. È in una fase avanzata della terapia. Il primo è in una fase precoce della terapia, e potete vedere come ho cercato di aiutare a farlo accadere.
Ho scritto a sufficienza su come trovare questa sensazione corporea (il felt sense, ndt), ma è difficile trasmettere il clima interattivo riguardo ad essa. È un aspetto a cui vorrei che prestaste attenzione. E anche: una volta che una persona sa come trovare questo margine interno, emerge che esso implica una grande complessità. La cosa più basilare che abbiamo sempre detto è: “Non respingerlo e non scappare.” Ma che cosa occorre fare? Occorre fargli compagnia, specialmente se fa male. Tenergli compagnia. Questo ‘qualcosa’ è uno strano modo di parlare. A volte quando dico queste cose, qualcuno commenta: “Hai uno strano modo di parlare” e io rispondo: “Sì, lo so.” Puoi fargli compagnia; spesso dico: “Facciamogli compagnia.”
Il cliente ed io facciamo compagnia a questo qualcosa, là dentro. Come se faceste compagnia a un bambino spaventato. Non lo mettereste sotto pressione, non vi mettereste a discutere con lui, o non lo prendereste in braccio, perché avrebbe troppo male, troppa paura o troppa tensione. Vi mettereste a sedere lì, in silenzio, come ho detto all’inizio: ciò di cui quel margine ha bisogno per produrre i passi è solo una specie di contatto o di compagnia senza intrusioni. Se vi avvicinate con la vostra consapevolezza e rimanete lì, o vi fate ritorno, è tutto ciò che occorre; quel qualcosa farà il resto per voi. Se non sapete che la consapevolezza è un processo di per sé, sembra molto misterioso. Ha bisogno che voi stiate lì, e non gli occorre altro. È questo che voglio illustrare con questi due segmenti.
Segmento 1
C: “Oggi non volevo venire. Non ho più niente di cui parlare (ride). Veramente, c’è un livello che non voglio toccare. Ci sono arrivata una volta e mi sono messa a piangere senza riuscire a uscirne; non riuscivo a smettere di piangere. La mia terapeuta non sapeva cosa fare. Piangeva anche lei. Ho alzato gli occhi e me ne sono accorta, e ho pensato: ‘Non sa che cosa fare neppure lei’.”
Mentre mi racconta questo, penso: “Beh, è evidente che è una buona terapeuta.” Io penso, se mi fa piangere, lascio che si veda. Ma in quel momento non andava molto bene. Quindi non si sa mai. O si può dire: “Era giusto, ma sarebbe dovuto andare oltre; sperabilmente accadrà qui.”
T: “Non vuoi cadere di nuovo lì dentro in quel modo.”
C: “Esatto. Normalmente credo nelle sensazioni, e penso: se lo sento, migliora. Ma con questo non lo so.”
T: “Quindi non diremo: ‘sentilo e basta’. L’hai fatto e non è migliorato. Qualunque cosa faremo ora, vorresti che fosse in modo diverso…”
Non mi aspetto necessariamente che sia d’accordo su questo, cioè, sto facendo qualcosa, sto preparando una sorta di Focusing.
C: “Giusto.” (Lungo silenzio) “Lo sento proprio lì, sotto di me.”
Questo non è il mio gergo. Quindi non date la colpa a me. Pensate soltanto perché una persona dice questo. C’è tutto in questa frase: “Lo sento proprio lì, sotto di me.”
T: “Rimaniamo qui un po’ di tempo, semplicemente mettendoci in relazione con quel qualcosa là sotto, senza andarci.” O un altro modo di dirlo: “Se facciamo qualcosa, facciamolo molto lentamente.” (Lungo silenzio)
C: “Il modo in cui si percepisce tutto questo è che non vado bene, e non ho strumenti per fare qualcosa rispetto a questo. E non riesco quasi a toccarlo.”
T: “È difficile da sopportare. Vai adagio. È difficile anche solo toccarlo. “
Interrompo qui l’estratto.
Segmento 2
Questa è una persona diversa:
C: “Voglio lasciare Chicago. Il rumore fuori mi infastidisce.”
(Il terapeuta rimane in silenzio.)
C: “Tu non ci credi. Lo vedo.”
Il terapeuta si mobilita per dare un rispecchiamento.
Dice (sto dicendo):
T: “Il rumore ti accerchia, entrando nel tuo ‘luogo interiore’.”
Di fatto so che cosa sta dicendo, perché ci vediamo da molto tempo.
C: “Sono come delle frecce che colpiscono il mio corpo. Non lo sopporto.”
T: “Fa davvero male.”
E ora c’è uno di questi silenzi. Voglio ascoltare, in modo che venga ascoltato e ora vi è il silenzio. Poi lei dice:
C: “Continuo a sentire un senso di ‘mancanza di significato’ nella mia vita.” (Altro silenzio.) “Voglio soltanto lasciare tutto. È nello stesso punto in cui desidero morire. Il mio desiderio di vivere e di morire sono così vicini in questi giorni. Per questo non sono riuscita a toccare questo luogo. Diventa poco visibile. È proprio nebbioso.”
Ora lo prendo come un passo. Prima diceva: “Sono in questo luogo dove il rumore mi fa male” e ora dice: “Oh è il luogo della vita e della morte e quando lo tocco diventa nebbioso.” Potete derivare questo dall’altro? Se non lo avessi letto, avreste saputo che sarebbe arrivato? Non vedo come. Io non lo sapevo.
T: “Puoi sentire che vuoi vivere e che vuoi anche morire, entrambe le cose proprio lì, nello stesso punto interno, e lì diventa nebbioso.”
Ora arriva un altro di questi silenzi. Quasi ogni volta, qui c’è questa specie di passo.
C: “Non voglio relazionarmi con nessuno; vorrei che non ci fossero persone da vedere. Non significano nulla per me. (Dopo questa ora deve andare al lavoro.) Non ha senso. Quando mai avrà senso la mia vita? Ho la sensazione che non ne avrà mai, e ho bisogno di un senso adesso.” (Silenzio… Il terapeuta non risponde.) “Sento anche che ha a che vedere con il mio mettermi in relazione con te. So che ci sei per me, ma è come se non fossi autorizzata a volerlo.”
Ora, molto spesso in situazioni di questo tipo, dico: “Tu ed io, stiamo veramente vicini e connessi intorno a questo luogo; perché in questo luogo non senti alcuna connessione.” Dire questa cosa è stato molto spesso davvero prezioso. “Mettiamoci in relazione tutto intorno a questo.” È come dire: “Stiamo vicini,” ma anche riconoscendo che al centro in qualche modo non c’è connessione, c’è isolamento. Ma in questo caso non l’ho detto. È avvenuto qualcos’altro. Ha detto: “Sento anche che ha a che vedere con il mio mettermi in relazione con te. So che ci sei per me, ma è come se non fossi autorizzata a volerlo.” Ho ascoltato “non autorizzata” e ho sentito che era diverso. Quindi ho detto:
T: “È quello che hai detto prima su tuo padre?”
Voglio anche osservare questo unico tentativo del terapeuta di dare un’autentica interpretazione psicoanalitica. E si rivela anche di grande aiuto. Osservate questo: di grande aiuto. Lo intendo davvero; naturalmente è sbagliato, ma di grande aiuto. ” È quello che hai detto prima su tuo padre?” Ora c’è di nuovo questo lungo silenzio. Poi dice:
C: “No, sento che non riguarda lui. È diverso. Non è come con mio padre.’
Come vedete, ha verificato: “Non è così.” Poi il terapeuta dice:
T: “Non riguarda lui.”
Questa è la grande differenza. La grande differenza non è se interpretiamo o no. La grande differenza è che stiamo con la persona qualunque cosa arrivi. E tutti quelli che lavorano con me sanno che cerco di farlo. Quindi non fanno neppure caso ad alcune delle cose che dico. Ma lei sì. Dice: “Non riguarda lui. Non è come con mio padre.” E io dico: “Non riguarda lui.” E qui c’è un altro silenzio.
C: “Non riesco quasi a toccarlo. C’è qualcosa ed è qui sul bordo, non riesco quasi a toccarlo; è… non posso volere mia madre. Non riesco quasi a dirlo.”
E io rispecchio:
T: “Non puoi volerla.” (Silenzio.)
C: ” È qui che sento il rumore come frecce.” (Altro silenzio.)
C: ” È davvero antica, davvero antica.”
T: “Sembra un’esperienza davvero antica.” (Silenzio.)
C: “Non posso volere niente.”
Silenzio. Qui arrivano i passi…
C: “Ha bisogno di riposarsi e non può riposarsi. Se si lascia andare e si riposa, morirà. Deve tenere alta la guardia.”
T: “Vi è un tale bisogno e desiderio di riposare e lasciare andare e allentare; ma in qualche modo anche questa parte di te non può riposare. Sente che morirà se smette di stare in guardia.”
Lungo silenzio. Quello che arriva è un passo…
C: “Forse potrebbe, se potessi fidarmi di qualcosa.”
T: “Potrebbe riposare se tu potessi fidarti di qualcosa.”
C: “No, no. FORSE potrebbe riposare se io potessi fidarmi di qualcosa.”
T: ” È importante dire ‘forse’: ‘Forse potrebbe riposare se tu potessi fidarti di qualcosa’.”
Silenzio
C: “Ora, improvvisamente sembra una casa su pali, che entrano nel terreno. Tutta la parte sopra di me dove c’è il rumore, quella è la casa. Ed è su pali. Viene sollevata da questo luogo doloroso. Ora questo luogo doloroso è come uno strato e può respirare. Sai quei pali d’acciaio che mettono nel terreno per sostenere un edificio? Questi pali sono così. Tutto il rumore e l’andare e venire sono nella casa, e la casa è sui pali, sollevata, e i pali penetrano nel terreno.”
T: “Questi pali penetrano nel terreno e senti che sollevano tutta la casa nella parte sopra di te, e sotto quel luogo doloroso può respirare.” (Silenzio)
C: “Sì, ora sta respirando.”
(Altro silenzio.)
C: “Fa il bagno in acqua tiepida.”
E in seguito dice (queste non sono esattamente le sue parole):
C: “Quando ero piccola, giocavo spesso con i pali. Passavo fra i cavi elettrici su di essi. Era pericoloso, ma era un gioco. Ne facevo di sempre più alti e ci salivo sopra. Pali: non ci ho pensato per anni. Gioco e pericolo.”
E si rende conto che i temi sono collegati. C’è questo luogo di vita e di morte qui, e i pali hanno qualcosa a che fare con questo e il gioco è una sorta di dimensione liberatoria. Quindi dice:
C: “Come fa questo processo? Utilizza tutte queste cose per ….”
Questo è un buon punto per fermarsi…
DOMANDE DEL PUBBLICO
Domanda: “Per quali tipi di clienti è più adeguato questo approccio? Hai dei dati empirici sui risultati e, in particolare, hai confrontato il tuo approccio con l’approccio tradizionale di Carl Rogers?” (Reinhard Tausch)
Risposta: Prima di tutto vorrei essere chiaro: il mio approccio è tutto ciò che posso tentare. Se avviene il processo terapeutico, se il cliente avanza o se non vuole che io faccia qualcosa, non lo faccio. Non so se l’ho chiarito abbastanza. Non sto dicendo: “Non fare questo,” o “Fai questo.” Non sto dicendo questo. Non lo sto dicendo affatto. Evidentemente sono passato di lì, perché oggi a volte ho dei clienti che dicono: “Non sono capace di focalizzare.” Rispondo: “Va bene, ci sono tanti modi di farlo.” E loro dicono: “Ma hai scritto che se non focalizzo non vado da nessuna parte.” Vorrei non averlo mai scritto, se mai l’ho fatto. Ok?
Seguo il cliente ovunque mi porti e, se questo aiuta il cliente, sono soddisfatto. E sì, per il modo in cui sono e il modo in cui rispondo e il modo in cui parlo probabilmente raccolgono il Focusing come vantaggio collaterale. Ma non sono interessato ad avvicinarmi a una persona con ‘un approccio.’ Porto il Focusing quando emerge che i clienti non ce l’hanno e girano in tondo. Quindi non so se sto rispondendo alla domanda o se la sto evitando, ma questo è l’approccio che consiglierei.
Ora direi, per rispondere alla domanda. C’è una vasta parte di clienti che (se danno mezza possibilità a qualcosa come il Focusing) lo fa immediatamente. Questa è la popolazione per la quale le istruzioni di Focusing sono indicate, per rispondere alla domanda in modo diretto. Definirei in questo modo la popolazione per cui il metodo è appropriato. Quando provi un poco e fa una meravigliosa differenza, è bene farlo. All’altro estremo vi sono persone per le quali occorrerebbe spingere e intromettersi e dire: “Guarda, smetti di parlare tutto il tempo e fai questa cosa che ti dico io.” Io non voglio farlo. E poi ci sono persone che lo fanno già. Quello che dico è: “Sono le persone fra questi due estremi per le quali è indicato.” Ma non è una categoria di persone in base alle classificazioni attuali; include le persone borderline e psicotiche, comprese le persone in ospedale che sentono sollievo per il fatto che si possono ritrovare quando “se ne sono andate”; sapete, le persone con un tipo di esperienza dissociato. Abbiamo trovato molte volte che è qualcosa che aiuta con le persone, attraverso il continuum di gradi di disturbo. Ma ci sono anche altre variabili, e non so ancora quali.
Per quanto riguarda la seconda parte della tua domanda, non penso alle istruzioni di Focusing come un approccio da confrontare con un altro approccio fra le terapie centrate sul cliente e alcune altre (anche se non abbastanza altre da vantarsi), ma con la terapia centrata sul cliente, direi che abbiamo una serie di studi di ricerca che mostrano che le persone che lo fanno già tendono ad avere buoni risultati.
Ora non abbiamo niente che dimostri che le persone a cui insegna Gendlin hanno più successo. Non abbiamo niente che dimostri che insegnarlo nel contesto della terapia lo rende più efficace. Questo non lo abbiamo. E non lo spingerei. Lo insegnerei come qualcosa che procede insieme a una risposta più normale. Come ho fatto qui.
Domanda: “Qual è la tua opinione sulla differenza fra la terapia centrata sul cliente e la psicoterapia esperienziale e che cosa pensi della relazione fra di esse?” (Barbara Brodley)
Risposta: Considero che la terapia centrata sul cliente è il quadro più ampio. Innanzitutto, il Focusing, se è di questo che stiamo parlando, per me il Focusing è un processo minuscolo e molto importante. Ciò che chiamo Focusing è prestare attenzione all’interno a quel senso non chiaro di qualcosa lì dentro. Ora certamente la terapia e lo sviluppo personale sono cose molto più ampie. Il Focusing è un modo molto deliberato di toccare qualcosa all’interno. Ho visto che aiuta il processo più ampio. Il processo più ampio arriva da dietro e ti porta e ti espande, e non sai che cosa accadrà; mentre il Focusing è una cosa molto deliberata dove un ‘io’ si prende cura di un ‘qualcosa.’ Penso che sia molto prezioso. Ma certamente non è terapia. La terapia è una relazione, un processo di sviluppo. I passi di Focusing che ho descritto si inseriscono nella terapia centrata sul cliente. È qui che li ho appresi, è qui che li ho visti, e se osservi i tuoi clienti, vedrai che restano in silenzio prima che arrivino tipicamente questi passi.
Ora il problema non riguarda questo processo. Riguarda me che insegno questo processo. Ed è vero che se il terapeuta insegna il processo in qualche modo, c’è un problema con esso. Il terapeuta deve verificare l’accoglienza. Deve osservare e vedere se si è intromesso; deve fare in modo che la relazione abbia sempre la precedenza. Quindi lo si usa all’interno della terapia, proprio come si fa quando si è a casa di qualcuno. Non si fanno molto a lungo cose che quel qualcuno non vuole che si facciano.
Domanda: “In quello che hai appena detto, non stai assumendo che il processo dei passi è l’essenza del cambiamento terapeutico?” (Barbara Brodley)
Risposta: No, no. Questa è una domanda utile. Stavo cercando di chiarirlo. Assumo che l’interazione sia il processo più ampio. E come tutto ciò che è interessante, è una sorta di caso speciale di interazione. Ed è solo come parte di un’interazione che queste cose funzionano bene. Quindi no, non assumo che un processo interno si possa distinguere dall’interazione; è esattamente l’opposto. Il processo interno dà origine a dei passi nel contesto dell’interazione. E se non c’è nessuno, è meglio interagire con esso in modo amichevole. Altrimenti non si ottengono questi passi. Occorre interagire con sé stessi con un certo tipo di attitudine; come se all’interno tu fossi un bambino a cui stai facendo compagnia. Ed è molto più facile se qualcun altro è lì per te in quella sorta di silenzio. In questo modo, ogni cosa interessante del Focusing va avanti, nel contesto della relazione. L’unica differenza che ho visto con questa parte della teoria è il punto di Carl sulla percezione. Ma se mi chiedi, l’interazione è sempre davanti a tutto.
Domanda: “Hai sottolineato la ‘sensazione corporea’. Ma molte volte io e i miei clienti sperimentiamo che non c’è nessuna sensazione corporea, anche quando io o loro abbiamo questo ‘qualcosa’ e possiamo fare riferimento ad esso. In questo caso, penso che sottolineare l’aspetto corporeo potrebbe essere più fuorviante che utile.” (Rob van Woerden)
Risposta: Non voglio chiudere nessun altro canale. Non penso che nessuno abbia il diritto di dire: questo deve essere in questo modo per gli esseri umani. Quindi se dici che c’è un modo in cui possono procedere diversamente che a partire da questa sensazione corporea, per me va bene. Penso che dobbiamo osservare e comparare non per sapere quale sia migliore, ma per comprendere la differenza.
Sono sicuro che c’è un ingresso per i passi letteralmente attraverso il corpo. Una volta entrato in questo corpo propriamente detto, trovi uno spazio molto più vasto di questo corpo. È chiaro che non è esattamente il corpo in modo letterale, ma è qui che c’è l’ingresso. Potrebbero esserci altri punti di ingresso.
Domanda: “Hai detto che non concordi sul fatto che il cliente debba percepire una comprensione empatica del terapeuta e le altre condizioni. Se non percepisci l’empatia del terapeuta e così via, potrebbe significare che non esiste per il cliente. Ora faccio una distinzione fra ‘empatia ricevuta’ ed ‘empatia percepita’. Ha senso per te?” (Godfrey Barrett-Lennard)
Risposta: Ah sì, su questo siamo totalmente d’accordo. È ciò che ha sempre significato, anche per Carl. Deve avere un impatto per il cliente; ed è quello che intendevo anch’io: un impatto o qualche tipo di effetto. L’interazione cambia la persona e questa ne diventa consapevole. Almeno qualcuno di noi. Ma concordo totalmente con te sul fatto che ricevere empatia in qualche modo potrebbe essere una delle condizioni. Semplicemente percepire mi sembra come una comprensione rispecchiante o un’osservazione riflessa, di cui avrei dovuto dire: “Il mio terapeuta mi capisce.” E io avrei detto: “Nessuno mi può capire. Ce la mette tutta, quel simpatico signore.”
NOTE
Gendlin, E.T. (1990). ‘I piccoli passi del processo terapeutico: come emergono e come aiutarli ad emergere.’ Da G. Lietaer, J. Rombauts & R. Van Balen (Eds.), Psicoterapia centrata sul cliente e psicoterapia esperienziale negli anni novanta (pp.205-224). Leuven: Leuven University Press. Questo capitolo è una versione rivista della conferenza plenaria dell’autore alla Conferenza di Leuven (settembre 1988). Lieve De Wachter ha fatto una trascrizione della cassetta audio. L’autore ha adattato questa bozza e ha aggiunto alcuni commenti e chiarimenti. Germain Lietaer ha svolto del lavoro editoriale e ha selezionato dal dialogo originale con il pubblico alcune parti da includere nel testo. Da http://www.focusing.org/gendlin/docs/gol_2110.html
RIFERIMENTI:
[1] Gendlin, E. T. (1962/1970) Esperienza e creazione del significato (2a ed.). New York: Free Press.
[2] Leijssen, M. (1989). Insegnare il focusing a clienti “senza successo”. Progetto di ricerca in corso, Centro di counseling e terapia centrata sul cliente, K.U.Leuven
[3] Hendricks, M.N. (1986). Livello di esperienza come variabile terapeutica. Person-centered Review, 1, 141-162. 4] Gendlin, E. T. (1987). Una critica filosofica del concetto di “Narcisismo.” In D.M. Levin (Ed.), Patologie del sé moderno: Studi postmoderni. New York: New York University Press.
Eugene Gendlin (1926-2017)
L’opera di Eugene Gendlin si è distinta per il modo in cui ha gettato un ponte fra i campi della filosofia e della psicologia, e fra le opere accademiche serie e l’auto-aiuto popolare. Ha studiato e insegnato filosofia presso l’Università di Chicago, uno degli istituti accademici più prestigiosi del mondo. Durante gli studi di filosofia è stato studente e collega di una delle più grandi menti della psicologia, il Dott. Carl Rogers, che ha rivoluzionato lo studio della psicoterapia all’Università di Chicago.
Gli straordinari doni intellettuali di Gendlin andavano di pari passo con la sua straordinaria empatia per le persone. Quando si è reso conto che la ricerca che stava svolgendo all’università poteva avere un profondo significato per le persone ordinarie, ha scritto Focusing (1978) come un popolare libro di auto-aiuto, in modo che la sua scoperta non rimanesse confinata ai circoli accademici. Forse la sua esperienza di Ebreo in fuga dall’occupazione nazista in Austria spiega una parte della sua grande empatia.
Nota del curatore
Il testo presentato qui è una trascrizione adattata della presentazione plenaria di Gendlin presso la prima conferenza internazionale di ‘Psicoterapia esperienziale e centrata sul cliente’ a Leuven (Belgio) nel 1988.
La trascrizione della registrazione audio della presentazione è stata effettuata da Lieve de Wachter. Gendlin l’ha adattata e ha aggiunto alcuni commenti e chiarimenti. La trascrizione adattata è stata ulteriormente risita da Germain Lietaer per la pubblicazione nel libro ‘Psicoterapia esperienziale e centrata sul cliente negli anni novanta’ Leuven, Leuven University Press (1990), scritto insieme a J. Rombauts e R. Van Balen.
È la versione adattata finale della presentazione, come pubblicata nel libro menzionato sopra. Vista la storia degli adattamenti, mi sono sentito libero di introdurre qualche piccola modifica (aggiungendo alcuni titoli) per segmentare le sezioni lunghe del testo.
Inoltre, Germain Lietaer ha selezionato qualche parte del dialogo originale delle risposte di Gendlin alle domande del pubblico alla conferenza e anche questo è incluso nel testo del libro.