(di Francesca Degani)
Introduzione
Quando ho iniziato a praticare il Focusing, mi trovavo in uno di quei momenti della vita in cui tutte le cose a cui normalmente ci sentiamo appoggiati svaniscono, staccandosi da sole una dopo l’altra: la fine di una convivenza, il trasferimento forzato in un’altra città, la partenza dei figli in altri continenti, il lutto di un genitore, il lavoro che vacilla e il dissolversi della cerchia di amicizie, spinto in gran parte dalla circostanza di una pandemia che ha portato a un isolamento sociale finora mai sperimentato. Soltanto a posteriori i frantumi si ricompongono, quando si comprende che la perdita delle nostre sicurezze è il primo passo, doloroso e necessario, per acquisire una visione più profonda e un diverso tipo di stabilità, più consapevole e adulta; ma sul momento, non ci sono che pezzi rotti e una sensazione di vuoto che pervade tutto, anche gli eventi che ci potrebbero aiutare ma che in quel momento ci appaiono come irrilevanti e privi di significato.
Avevo provato una sessione di Focusing anni prima, guidata da un’amica che lo pratica da lungo tempo. Ero rimasta colpita da quell’esperienza, soprattutto dalla possibilità di ascoltare qualcosa che veniva da dentro, ma non i soliti pensieri conosciuti che si ripetevano con poche variazioni. Era qualcosa di più profondo, più vero, più mio. Radicato nel corpo, ho imparato dopo.
Il ricordo di quell’esperienza si è acceso come una lucina nel buio, una flebile speranza di poter trovare qualcosa che potesse riempire, almeno in parte, quel vuoto incolmabile: vuoto di affetti, di presenze, di persone… non praticavo ancora il Focusing e non ero in grado di descrivere l’esperienza, ma ora posso dire che era un vuoto, oltre che emotivo, soprattutto corporeo.
Fin dall’inizio del mio percorso di Focusing, una grande sorpresa è stata che forse quel vuoto non era poi così vuoto. Potevo sentire chiaramente ciò che il mio corpo raccontava di me. Allora non c’era solo vuoto! Grazie all’ascolto attento, interessato, accogliente e non giudicante del mio insegnante, dentro di me poteva finalmente emergere qualche piccola voce, ancora flebile e incerta, ma chiaramente percepibile nel corpo.
Essere ascoltata
Prima di conoscere il Focusing, il mio concetto di ascolto era piuttosto limitato e superficiale. Trovo questa definizione nell’enciclopedia Treccani: “Ascoltare: essere in ascolto; stare a udire con attenzione, con interesse; anche porgere attentamente l’orecchio a parole, suoni”.
Questa definizione è, all’incirca, quella comunemente accettata, e quella che prima di conoscere il Focusing avrei dato anch’io. Ma l’ascolto che trasforma e guarisce è molto di più. Nella definizione della Treccani trovo alcuni spunti interessanti, come ‘stare a udire’: in quello stare c’è un fermarsi, una pausa, uno spazio, quello spazio che è indispensabile per praticare il Focusing, ma che nell’ascoltare ordinario raramente troviamo. E ‘con interesse’: quindi non distrattamente, non dando per scontato quello che l’altra persona sta per dire, con sincera curiosità.
Anche se offre qualche spunto di riflessione, tuttavia, l’accezione comune di ‘ascolto’, anche secondo questa definizione, è limitata rispetto alla portata dell’ascolto che si pratica nel Focusing.
Certo, avevo amici e conoscenti che mi ‘ascoltavano’, come si fa comunemente. Quando trovavo la forza di esprimere il mio malessere, nel migliore dei casi mi rispondevano con consigli, condiscendenza, punti di vista offerti con l’intento di sollevarmi, parole consolatorie dette frettolosamente per poter passare all’argomento successivo…. con il risultato che la sensazione di vuoto e di isolamento diventava sempre più insormontabile.
Praticando Focusing, la sola esperienza di essere ascoltata mi dava sollievo. Sentivo che se qualcuno mi stava ascoltando, era la prova che esistevo. Perché se nessuno ci ascolta, nessuno ci vede, nessuno sa che ci siamo, nei momenti peggiori sentiamo di non esistere. Se poi quel qualcuno che ci ascolta è interessato a ciò che diciamo, non ci giudica, non cerca di cambiarci, ci accetta e ci accoglie così come siamo, con tutto il nostro vuoto, buio, malessere…. scopriamo che anche noi possiamo accettarci e accoglierci, non giudicarci e ascoltare con curiosità interessata ciò che emerge da dentro.
Inizialmente era necessario l’ascolto di un’altra persona, in questo caso il mio insegnante. Poi, gradualmente, ho imparato come ascoltarmi.
Ascoltare me stessa
Mano a mano che procedevo nell’apprendimento del Focusing, imparavo a offrire alle mie parti lo stesso tipo di ascolto. E così facendo, permettevo loro di esistere! Quelle piccole voci che inizialmente erano timide ed esitanti, sessione dopo sessione si manifestavano con più coraggio, con una gamma di sensazioni corporee sempre più percepibile e variegata e simbolizzazioni sempre più chiare. Nello stato di Presenza, vedevo quel vuoto popolarsi di entità che emergevano, si trasformavano e interagivano fra di loro, lasciando alla fine di ogni sessione una sensazione di benessere e messaggi dal profondo. Mi sono accorta così che il vuoto a cui tutti sfuggiamo in vari modi in realtà è un pieno; soltanto, non ci diamo il tempo e lo spazio di sentirlo. E soprattutto, non con l’empatia necessaria.
Sempre l’enciclopedia Treccani dà questa definizione: “Empatia: capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere i processi psichici dell’altro”.
Anche in questo caso, l’accezione comune è corretta, ma limitata. Comprendere i processi psichici dell’altro (in questo caso di noi stessi) non è sufficiente, se la comprensione è accompagnata da un giudizio, o da un desiderio di cambiarli, o da un tentativo di convincimento. L’ascolto empatico nel Focusing è totale, libero da valutazioni o obiettivi da raggiungere. Semplicemente è uno stare con quello che c’è, senza classificarlo come ‘buono’ o ‘cattivo’ o ‘da cambiare’. Quanto sollievo ho provato quando sono riuscita a farmi questo regalo! Con questo tipo di ascolto ho imparato a dare spazio di libera espressione alle parti che rifiutavo o di cui mi vergognavo. Non solo a comprendere le loro motivazioni, ma anche ad accoglierle e a voler loro bene. Quindi a volermi bene.
Durante l’ascolto di me, inizialmente era essenziale che un’altra persona mi offrisse il suo tempo e la sua attenzione accogliente, raddoppiando così il sostegno alle parti che emergevano: c’era la mia presenza, e anche quella del mio partner/della mia partner, per dare loro il coraggio di manifestarsi così com’erano. Nel tempo, la mia presenza si è rafforzata a sufficienza per poter sostenere anche da sola lo spazio necessario per l’ascolto empatico di me stessa.
Ascoltare un’altra persona
Quando si affina la capacità di ascoltare sé stessi, migliora anche il nostro ascolto delle altre persone e viceversa, in un circolo virtuoso che rafforza l’empatia, l’attenzione e la cura verso di sé e gli altri. Diventa naturale, negli scambi alla pari e anche nelle relazioni fuori dal Focusing, offrire alla persona che abbiamo davanti la nostra presenza accogliente, non giudicante, libera da valutazioni e consigli. Si impara a ‘tenere lo spazio’, permettendo all’altra persona e alle sue parti di esprimersi, e quindi di esistere, legittimarsi e trasformarsi, passo dopo passo, in un processo di integrazione e guarigione. Si impara semplicemente a ‘stare’, accogliendo con benevolenza anche le nostre parti che vorrebbero aiutare, dare suggerimenti e risolvere. E in questo accompagnare il processo dell’altra persona, che potrebbe essere una perfetta sconosciuta, scopriamo con sorpresa che, sotto le diverse circostanze, siamo accomunati dalle stesse emozioni, dalle stesse difficoltà e dallo stesso processo. La sensazione di isolamento svanisce, e nasce un senso di cura, empatia e connessione con l’altra persona, pari a quello che abbiamo imparato a provare verso noi stessi.
Ascoltare il corpo
Non si può parlare di Focusing senza parlare dell’ascolto del corpo. La prima sorpresa, quando mi sono avvicinata al Focusing, è stata scoprire che oltre ai soliti pensieri era possibile accedere a qualcos’altro, qualcosa che allo stesso tempo era nuovo ma già presente ancora prima che la mente potesse afferrarlo. Per ascoltare il corpo occorre una grande delicatezza, inizialmente come se cercassimo di sentire il battito d’ali di una farfalla. Se facciamo un movimento sbagliato, la farfalla sparisce. Il movimento sbagliato, in questo caso, è un pensiero invadente, un giudizio, un cercare di ottenere qualcosa, un dire ‘forza, sbatti quelle ali e fatti sentire’. Impariamo a rimanere immobili a osservare, senza fretta, senza voler arrivare a un risultato. Poco a poco, il battito d’ali diventa più nitido; sessione dopo sessione, creare lo spazio per ascoltare diventa sempre più naturale. Il nostro corpo, sentendosi ascoltato, impara a fidarsi e può comunicare con noi: diventa il nostro compagno fidato, a cui possiamo rivolgerci in qualunque momento, per superare le difficoltà o per rigenerarci attingendo alle nostre riserve interiori.
Partendo da una situazione di isolamento, grazie al Focusing ora so di avere delle parti che si adoperano per il mio bene, un corpo che è sempre a mia disposizione quando ho bisogno di consultarlo e una Presenza pronta ad accogliere con un abbraccio ogni mio stato d’animo; e so di fare parte di una comunità di persone che, come me, percorrono un cammino di ascolto empatico verso un mondo di pace.